Abbiamo scollegato in automatico la tua precedente sessione
Puoi navigare al massimo da 3 dispositivi o browser
Per continuare la navigazione devi scollegare un'altra sessione
Da mobile puoi navigare al massimo da 2 dispositivi o browser.
Per continuare la navigazione devi scollegare un'altra sessione.
Draghi, il giorno dopo: il bis? Sarei durato appena un giorno . Il fastidio per le frasi di Berlusconi
Salva questo articolo e leggilo quando vuoi. Il servizio è dedicato agli utenti registrati.
Trovi tutti gli articoli salvati nella tua area personale nella sezione preferiti e sull'app Corriere News.
Uno dei più grandi fotografi del mondo, Weber ha ritirato le chiavi di Firenze «per il suo impegno per l’arte durante tutta la vita»; ennesimo riconoscimento di una lunga carriera. «Con la fotografia puoi restare giovane. È la parte commerciale che ti invecchia»
Daria (Werbowy), Kate (Moss) e Lara (Stone), Miami, Florida, 2008, Bruce Weber
«Sono sopraffatto, vorrei che i miei vecchi amici americani mi vedessero ora. Con l’Italia ho avuto un love affaire , un rapporto d’amore fin da bambino; i miei nonni, e soprattutto i miei genitori venivano qui in vacanza e giravano il Paese». Bandana nera intorno alla testa, Bruce Weber, uno dei più grandi fotografi del mondo, ha ritirato le chiavi di Firenze «per il suo impegno per l’arte durante tutta la vita»; l’ennesimo riconoscimento della sua lunga carriera. Quel che sorprende, incontrando Weber, 76 anni, nato in Pennsylvania - che è anche scrittore e ha diretto decine di film - è la sua curiosità fanciullesca. Le sue foto per le riviste internazionali, il calendario Pirelli e le campagne (Ralph Lauren, Calvin Klein, Gianni Versace, tra le altre) sono un manifesto del desiderio di vivere.
«Ha saputo dare alla bellezza non solo l’opportunità di essere narrata visivamente, ma anche di essere percepita e assorbita intimamente, grazie al talento nel rivelare la bellezza interiore dei suoi soggetti», per usare le parole del sindaco Dario Nardella. Durante l’intervista ricorda più volte l’amica Franca Sozzani, la storica direttrice di Vogue Italia , che ha contribuito alla sua fama, condividendo quella libertà espressiva che oggi è solo un ricordo.
Bruce Weber riceve dal sindaco Dario Nardella le quattro chiavi della città di Firenze (foto Lucia Sabatelli)
Mr. Weber, quanto conta oggi la bellezza? «Questa è una domanda che mi fanno sempre, ma è tra quelle che mi piacciono di meno, perché non conosco la risposta. Dipende sempre dall’interpretazione. Ogni giorno è diverso, soprattutto per uno come me che si definisce un viaggiatore e uno zingaro pazzo. Io cerco di vedere qualcosa di bello nei luoghi più sorprendenti».
Naomi Campbell in Azzedine Alaïa, foto di Bruce Weber
I giovani che giocano, i cavalli, i cani, sono protagonisti anche dell’ultimo video realizzato per i 70 anni del brand Made in Italy Roy Roger’s, proiettato sui palazzi di Piazza della Signoria (non era mai accaduto prima). Trova ci sia un collegamento tra animali e ragazzi? «Una delle cose che ho apprezzato di più della fotografia è che puoi rimanere giovane. È la parte commerciale che ti invecchia. Ho cominciato da adolescente, scattare era folle, divertente. E sì, credo che ci sia un collegamento. Anzi, ho fatto molte foto a ragazzi che assomigliano ai Golden Retriever; io ne ho cinque, color biondo dorato. Adorano correre, nuotare».
Viaggiano con lei? «Non posso portarli, perché due sono molto anziani e gli altri tre sono scatenati anche se addestrati. A proposito, Firenze è una città animal friendly ? Vorrei contribuire ad aiutare i rifugi per cani, mi piacerebbe molto».
Parliamo di giovani: ha detto che le piace ritrarre le persone che sono all’inizio di qualcosa, può spiegare meglio questo concetto? «I giovani cercano la parte buona delle persone e hanno uno spirito incredibile. Io ho studiato con Lisette Modell, fotografa fantastica che è stata maestra della grande Diane Arbus: le sue foto erano nei musei, eppure stava lavorando a un annuario e si divertiva un sacco. Ecco, per me è questa la sensazione quando fotografo i giovani, è come l’annuario scolastico. Ma mi piace ritrarre anche musicisti, artisti o amici che hanno più di 90 anni. Ho appena fatto un docufilm sul grande fotografo Paolo di Paolo presentato al Festival di Bologna. Lui era presente e ha 90 anni. S’intitola The Treasure of Youthe per me e mia moglie Nan è una dichiarazione d’amore verso l’Italia degli Anni 50 e 60».
Bruce Weber, 76 anni, nato in Pennsylvania, con i suoi cani in un ritratto di Michael Murphy
Posso chiederle che cosa ha capito con il passare del tempo ? (pausa). «Non so, ho la sensazione che in Europa le persone siano orgogliose della popolazione anziana. I vecchi vivono con la famiglia, vengono trattati bene, con rispetto. In America è tutto diverso. È un periodo molto difficile per gli Stati Uniti, stanno succedendo così tante cose in tanti aspetti della vita. Il mio Paese è nel mio cuore, non voglio girargli le spalle, però molte persone che conosco vogliono trasferirsi in campagna, non vogliono più vivere in città».
E lei dove vive? «In Florida, di fronte all’Oceano. Sa, faccio il fotografo qui da oltre 60 anni. Mi piace molto andare in città, incontrare gente, essere coinvolto nella vita. Helmut Newton diceva sempre: ho trascorso tanti anni negli Stati Uniti e stavo all’hotel Chateau Marmont, che oggi non è più lo stesso...».
Ha conosciuto Newton? «Helmut e la moglie June abitavano sotto di me, erano come i miei nonni adottivi. Helmut così famoso frequentava posti popolari come il Colonel Sanders dove poteva farsi una cena a base di pollo. Era spinto dalla curiosità ed è questo che vediamo nelle sue foto. Non so, ho la sensazione che tutti noi portiamo il nostro Paese sulle nostre spalle».
Che cosa la rende felice oggi? «Incontrare persone curiose. Credo questo faccia parte dell’ambiente familiare nel quale sono cresciuto e aver lavorato con Franca Sozzani e Vogue Italia. Il nostro rapporto era alimentato dal desiderio di conoscere. Per esempio, una volta mi trovavo a Londra per un servizio di moda. L’ho chiamata e le ho detto: ho fatto questo reportage sul Poppy day, la parata davanti alla Regina per commemorare la fine della Grande Guerra in cui tutti portano un papavero sul vestito. Ti potrebbe interessare? Mi chiese: “Quante pagine dovrebbe avere, secondo te?”. Io mi sono trattenuto, “otto”, ho risposto, perché non è il genere di servizio che trovi su una rivista patinata di moda. Lei disse: “Che ne dici di 16 o 20?”. Devo dire che ero viziato da tutte queste persone. Ero viziato dalle riviste per il senso di libertà, il senso d’interpretazione. Anche in Usa oggi è tutto diverso».
Sean Penn, Little Bear Ranch, Montana, 1995, foto di Bruce Weber
Com’è la professione del fotografo oggi? «Conosco molti giovani fotografi e mi dispiace per loro. Lavorare con queste limitazioni credo sia terribile».
Come andò il suo esordio? Ha mai sofferto la fame? «Certo. Da molto giovane vivevo a Parigi e passavo le giornate senza mangiare, però avevo sempre la macchina fotografica con me. Ne avevo due, ma una si è rotta e per molto tempo ho pregato che l’altra non mi tradisse. Anche in America per molti anni è stata dura. Nel portfolio avevo tante foto di cani e poi di ragazzi e ragazze in spiaggia, gruppi di surfisti e cose del genere che non interessavano molto alle persone. Quando ho conosciuto Nan (la fotografa e produttrice Bush, ndr ), mia moglie che è stata anche la mia agente, mi disse: “Perché non aggiungi delle foto fashion?”. “No, non voglio, non è il mio genere”, le risposi. La gente oggi pensa che la moda non mi piaccia, ma non è così. Ho grandi collezioni di abiti nei garage che uso anche per i miei servizi. Sono capi che hanno una storia. Adoro incontrare nuovi stilisti, vedere le loro creazioni. Sono una grande ispirazione perché è così che ho cominciato. Il primo lavoro è stato per una rivista pazzesca di settore che si chiamava Teens & Boys . L’editrice mi faceva fare anche capelli, trucco e styling oltre al casting dei modelli. Ed era divertente perché sceglievo ragazzi del mio quartiere. Ancora oggi mi sento come facessi quelle foto».
Le foto di questo articolo fanno parte della mostra dedicata a Bruce Weber «Turn to the light, aperta fino al 16/12 nella Galleria Alta di Pancho Saula in Anyós, Andorra, a 1340 metri sopra il mare
Regista e fotografo, quale sceglie? «Per me sono uguali. L’unica differenza è che con la foto puoi trovarti davanti al giornalaio e sentire commenti tipo: “Oddio quella foto è terribile”. Al cinema se la gente tossisce o se ne va puoi pensare “Oh, come posso averli delusi?”. Mi viene sempre da ridere quando sento registi affermare: “Il mio nuovo film è bellissimo”. Penso, come fanno? Io non riuscirei mai a dirlo. Lo stesso vale per le mie foto perché ho sempre la sensazione che non siano mai finite, c’è sempre uno spazio per migliorarle, andare oltre. C’è sempre qualcosa da imparare. Oggi però credo che i fotografi siano in una situazione un po’ triste».
L’immagine di copertina del Calendario Pirelli del 1998 by Bruce Weber (Ansa/archivio Corsera)
Si riferisce al mercato o al politically correct imperante? «Il mondo della moda sostiene questo modo di pensare molto blando, moderato, perché sono tutti così preoccupati di perdere il cliente se dicessero qualcosa di sbagliato... I fotografi che io ammiro sono quelli che sanno prendersi dei rischi, esporsi. Ricorderò sempre la foto del Colosseo sotto la neve che Valentino e Giancarlo Giammetti misero nel loro libro. Quando la vidi ero estasiato. E ogni volta penso che i loro meravigliosi abiti erano abbastanza potenti per includere quella immagine».
Ha fotografato Robert Mitchum a cui ha dedicato anche un documentario, e poi Johnny Depp, Sean Penn, Nicole Kidman... Perché considera gli attori «terribilmente noiosi»? «Credo sia perché non sono più abituati a fare uno shooting senza avere attorno l’addetto stampa e l’agente. Perdono il coraggio e la spudoratezza che hanno all’inizio. Mi piace quando qualcuno mi contatta per un ritratto ed è lui a chiedere di entrare nel mio mondo».
Qual è il segreto per la fotogenia? «Non è un segreto. Semplicemente lo sei oppure no. So che sembra folle, ma ho sempre pensato che alcune mie macchine fossero come dei maschi e altre delle femmine. Ho notato che la Rolleiflex ha uno scatto molto femminile, mentre quello della Pentax 6x7 è molto più duro e rigido, come la boxe, ha una sensibilità diversa. Ma ora che sono più vecchio uso la mia Nikon e mi piace. Per me fare foto è sempre un’emozione. Per quanto riguarda le persone fotogeniche, una volta stavo facendo uno shooting per uno stilista molto famoso e una delle ragazze era la fidanzata. C’era anche Linda Evangelista e lui chiese: “Perché Linda è bellissima in tutte le foto e la mia ragazza no?”. Risposi: “Non so cosa prova la macchina fotografica per la tua fidanzata».
Lei ha ceduto al digitale? «Io sono della vecchia scuola. Sono stato forse l’ultimo ad abbracciare il digitale. Ma ho dovuto farlo per forza, altrimenti non c’è modo di rispettare le scadenze. E sono molto felice di poter usare entrambi, bisogna sempre imboccare strade nuove».
Qual è la sua foto preferita? «Direi una dei miei genitori. È stata l’ultima vacanza che ho fatto con loro. Siamo andati al mare, erano in forma, innamorati e abbronzati, nuotavano insieme nell’oceano. Mio padre assomigliava a Paul Newman, mia madre aveva capelli biondi, era molto attraente. È un bellissimo ricordo. Erano davvero dei personaggi, molto romantici. Penso molto a questo nel mio lavoro».
Una persona che l’ha colpita? «Due. Una è Nelson Mandela, perché ha attraversato così tanta sofferenza nella sua vita, eppure non l’ha portata con sé. I suoi occhi erano limpidi, era intelligente, affascinante, buono. Era veramente eccezionale».
La seconda? «Da bambino ero davvero ossessionato da Elizabeth Taylor, al punto che mio padre mi mandò da uno psichiatra. Poi, grazie a un amico, un giovane attore inglese, Roddy McDowall, che aveva recitato in alcuni suoi ultimi film, ebbi l’opportunità di conoscere questa leggenda. Lei stava attraversando un periodo difficile e per tirarla su le regalai un anello a forma di farfalla che muovendo le mani sbatteva le ali. Ho saputo che non se lo è più tolto, nemmeno quando venne ricoverata in ospedale. Eravamo buoni amici. Mi piaceva molto. A volte era meravigliosa e seduttiva e la volta successiva poteva essere dura come un camionista. È quella che definiresti una Babe , per me è un complimento. Adorava l’Italia e il vostro cibo. Sapeva essere molto divertente. Ti racconto un aneddoto».
Prego. «Venne a New York e andammo a cena con mia moglie Nan e la stilista Jill Sander con la quale ho lavorato a lungo. Mentre uscivamo da questo bel ristorante italiano, incontrammo una donna con una fantastica spilla di diamanti sulla giacca e Liz disse: “Mi piace, posso averla?”. La donna sorrise e le rispose: “Sei molto più bella che nei film”. E lei: “Beh grazie, ma adoro quella spilla”. La signora stava quasi per dargliela, poi Elisabeth aggiunse: “Sto scherzando”. Sapevo che era triste, aveva problemi a camminare e salimmo in macchina. “È fantastico ritrovarmi in mezzo alle persone. La gente pensa che io esca tutte le sere, ma questo è il primo invito che ricevo in sei mesi”, commentò. Così, decisi di portarla alla caserma a incontrare un amico, capo dei pompieri, persone che avevano sofferto molto durante l’11 settembre. Un uomo tra 45 e 50 anni molto bello, il tipo che piaceva a lei. Alla caserma Liz scese dall’auto e improvvisamente camminava benissimo. Lui la prese a braccetto, le fece fare il giro e lei si mise in posa per la foto con tutta la squadra. Andammo in cucina a chiacchierare e lei gli si sedette in braccio. Quando si presentò un giovane pompiere in t-shirt e boxer, chiedendo: “È vero che c’è Elizabeth Taylor?”, “Ci puoi giurare” rispose lei; si alzò e andò ad abbracciarlo. Ricordo che quella sera non aveva dolori, sembrava stare benissimo. Questo per ricordare che cosa riesce a fare il potere dell’amore».
Che consiglio darebbe agli italiani? «Spero che le ragazze continuino a stendersi al sole, dopo aver nuotato nel mare di Napoli. E al tramonto a pettinarsi i capelli. Credo sia uno degli spettacoli più belli dell’Italia».
Autorizzaci a leggere i tuoi dati di navigazione per attività di analisi e profilazione. Così la tua area personale sarà sempre più ricca di contenuti in linea con i tuoi interessi.