«Volare alto per decollare nello spazio». È il messaggio che Ambush ha mandato appena prima di debuttare a Milano con il primo show. Come se tutto fosse pronto a un’esplorazione interstellare. D’altronde è certamente su di un’astronave che viaggia Yoon Ahn, creativa di origini coreane che, dopo gli studi alla Boston university, si è trasferita a Tokyo, dove ha fondato il brand oggi sotto l’egida di Ngg-New guards group. Quel marchio most-wanted che nel capoluogo lombardo atterra su una distesa di sabbia, al cui centro svetta una sfera che si tinge di rosso e viene invasa di luce, mentre sfilano amazzoni biker da un’altra dimensione, look da anime, dettagli fetish-cartooneschi e accenti Western.
Ma non appena arrivata, ecco che Ahn si auto-trasporta subito su di un altro universo. Planet Ambush. Tra i gioielli-Dna che diventano Nft sold-out e nuove categorie di prodotto da portare in passerella e poi includere nel metaverso appena lanciato, Silver fctry. Perché Ambush è un ponte tra Est e Ovest, moda e tecnologia, lastricato di streetwear, collaborazioni, mostre, sogni, un viaggio su Marte e l’Ai (Artificial intelligence).
La sua f-w 2018/19 era salita in passerella durante la fashion week di Tokyo, ma Ambush non aveva mai fatto parte di un calendario ufficiale. Come si è sentita quando ha sfilato a Milano?
Significava prendere parte a una vera e propria settimana della moda, c’era un po’ di entusiasmo. Ma mi sono divertita e basta, ho pensato: «Sarà quel che sarà».
Stavate progettando questo momento già da prima della pandemia?
L’idea era nell’aria, ma il momento giusto è arrivato ora che tutto è più definito. Lavoriamo in modo organico e non credo nei format. È più una questione di essere a nostro agio, l’abbigliamento e lo storytelling hanno preso una direzione più precisa.
Lei non sta mai ferma, vive a Tokyo e disegna gioielli per il menswear di Dior a Parigi. Mentre Ambush ha gli headquarter a Milano. Perché ha scelto di fare il suo primo show proprio qui?
Milano è diventata una seconda casa per questo marchio. Certo, molto è ancora a Tokyo, dove vivo e lavoro, ma la produzione dell’abbigliamento è in Italia. Si tratta di raccontare un nuovo capitolo del brand come un percorso trasversale tra Oriente e Occidente.
Cosa può dare il suo brand a Milano?
Non siamo una casa storica che ha iniziato a Milano, siamo come un visitatore che viene da un’altra parte. Portiamo una nuova energia.
Sono passati due anni dall’acquisizione da parte di Ngg. Qual è il suo bilancio?
La produzione sta migliorando, ci stiamo ampliando in categorie quali borse e calzature, che non avevamo davvero sviluppato prima. Ambush ha mosso i suoi primi passi con i gioielli, stavamo facendo vestiti da un po’, ma credo che per espandersi a livello internazionale molto dipenda dalla produzione.
All’inizio, l’abbigliamento era come una tela per completare una storia di gioielli. Ma ora sembra che sia davvero rilevante…
Stiamo capendo cos’è un marchio a 360°. Non facciamo più solo una categoria specifica, come in precedenza era per i gioielli, che sono ancora prodotti in Giappone: è il nostro Dna e non possiamo dimenticare chi siamo.
Mentre molto del vostro prêt-à-porter è made in Italy…
Il 90%. Alcune cose sono fatte in Giappone, specialmente il denim, ma in definitiva non conta. Perché dopo aver capito chi può tradurre al meglio una nostra idea, allora è lì che deve essere realizzata.
Lei stessa ha detto che in passato si era concentrata sul menswear, mentre ora è a suo agio nel fare womenswear…
Sono una donna, vivo nei vestiti e penso di poter capire cosa voglia un’altra donna.
E l’unisex? Siete partiti da lì con l’abbigliamento…
È quello che siamo stati prima che la parola diventasse un marketing tool. I gioielli sono unisex e molti pezzi maschili sono indossabili dalle donne, e questo continuerà ancora, ma penso che il marchio stia diventando più maturo e che ci sia un tipo di raffinatezza che viene con la maturità.
Lei si è definita una persona pratica. E ora che tutti sono nel metaverso, Ambush è entrato in quel mondo. Come first step avete rilasciato la prima collezione Nft, il reboot virtuale dell’anello Pow!. È stato un successo…
Sold-out in due minuti. È stato sconvolgente vedere come ha reagito la gente, sapendo che questo è uno spazio nuovo. È stata un’accoglienza calorosa e ne sono grata, ma allo stesso tempo mi ha fatto pensare che siamo un ponte con la moda che non ha familiarità con il metaverso, perché dobbiamo insegnare a molti clienti come comprare Nft.
E poi ha lanciato il suo metaverso, l’Ambush Silver fctry, ispirato alla Factory di Andy Warhol e progettato come una spaceship…
Il metaverso, il sito web e la stampa, tutto è un medium. È come se scegliessi con quale mezzo lavorare per raccontare la storia più in profondità. Ora sto fornendo uno spazio dove tutti possono riunirsi e fare attività sbloccate dai programmi Nft.
Quindi crede che il metaverso sia una buona cosa per il mondo?
Perché non dovrebbe esserlo? La tecnologia fa parte dell’evoluzione e noi, a nostra volta, ne facciamo parte. Se giochi con i videogame, sei già nel metaverso. Quello a cui si assiste ora non è qualcosa che è uscito dal nulla, l’umanità si è già evoluta da un po’.
Da un lato, c’è il vostro primo show live in una capitale della moda, dall’altro, il boost nella realtà virtuale. Il futuro è fisico o digitale?
Assomiglia a quello che è successo negli anni 90 con Internet, prima era qualcosa di nuovo, ma ora la gente si sposa online. Quindi nemmeno questa volta ci sbarazzeremo delle cose fisiche, è solo un modo diverso di comunicare, connettersi e vivere nello spazio. E noi saremo ancora in una forma fisica, quindi avremo bisogno di abiti, libri e oggetti.
Lei ha lavorato con Louis Vuitton by Kim Jones, Virgil Abloh e Off-white, Sacai, Undercover e Nike, tra tutti. Nuove co-lab in cantiere?
C’è sempre qualche collaborazione. Abbiamo recentemente preso parte a una mostra sullo streetwear a Beijing, «Style in revolt» (un percorso articolato tra i 40 anni di storia della cultura di strada, attraverso l’impollinazione incrociata di moda e musica, arte e design, ndr). È stata curata da nomi come Fraser Cooke, che viene da Nike, dove è stato a capo di tutte le sneaker collaboration, e da Paul Mittleman, con una carriera in Stüssy e Adidas.
Qui, l’evoluzione dello streetwear è stata divisa in tre momenti, The Genesis, The Boom e The Now. Qual è il vostro?
La sezione Boom, quella della seconda generazione che è venuta dopo i fondatori, cioè le persone che hanno iniziato dalla strada. Le collaborazioni non sono qualcosa a cui abbiamo partecipato perché sono diventate di marketing: se vieni dallo streetwear, è un modo con cui ci si scambia le idee. Ed è così che le portavamo alla gente, come community.
C’è qualcuno con cui sogna di lavorare in futuro?
Elon Musk. Farei qualcosa con SpaceX, per contribuire alla sua missione su Marte...
E parlando di sogni, qual è il suo sogno per il futuro del marchio?
Che tutti quelli che lavorano in azienda siano Ai. That’s the dream. (riproduzione riservata)
Il numero completo di MFF-Magazine For Fashion 111 è consultabile qui.
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